Intervista col presidente di Pax Christi
Da Radio Vaticana del 30 gennaio 2010
Si svolge oggi presso la Pontificia Università Lateranense, a Roma, un Convegno sul disarmo promosso dalla Conferenza episcopale italiana, dalla Caritas e da Pax Christi, sul tema "Per un mondo di pace: il sogno di Isaia e l’annuncio di Cristo”. Oggi, il commercio mondiale delle armi prospera nonostante la crisi, superando i 55 miliardi di dollari annui: nell’ultimo anno è sceso appena del 7% per la diminuzione degli ordinativi dei Paesi poveri. Fabio Colagrande ne ha parlato con mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e presidente di Pax Christi Italia:
R. – Il problema delle armi è diventato una questione di grande significato soprattutto per i Paesi emergenti, economicamente poveri, perché c’è questa continua fuga di capitali da questi Paesi verso i Paesi produttori delle armi e - con l'arrivo delle armi - si assiste ad una sempre maggiore fragilità di queste società. L’altro aspetto che dimostra un poco l’attenzione che dobbiamo dare a questo tema è il fatto che il Magistero pontificio, invece, è sempre stato attento a questo problema delle armi, e in particolare dobbiamo dire che il discorso agli ambasciatori di Benedetto XVI e il Messaggio per la Giornata della Pace hanno posto in evidenza questo problema degli armamenti collegandoli con le questioni appunto più ampie dello sviluppo dei popoli e di una economia tonificata e non più così fragile e ballerina.
D. – Diminuire le spese militari e destinare i fondi alle popolazioni povere, ma anche un progressivo disarmo che porti a liberare il pianeta dalle armi nucleari. Questi sono auspici di Papa Benedetto XVI: quanto sono realizzabili?
R. – Questa è la grande sfida della nostra presenza di cristiani nella società. Intuire queste verità, sapere che sono parte del sogno di Isaia e quindi, operare perché l’opinione pubblica, sia nella Chiesa che fuori dalla Chiesa, possa accogliere questi inviti. Certamente tutto questo chiede che ci sia uno stile di riconciliazione, un impegno a far sì che la produzione stessa di queste armi micidiali non sia permessa indiscriminatamente, ma - come del resto chiedono le leggi, certamente italiane, ma anche internazionali - venga attentamente monitorata. Io penso, dunque, che l’opinione pubblica debba muoversi in questa via, e in una società democratica questo è lo strumento primo e principale. E’ bello che il Santo Padre ci guidi in questa presa di coscienza della necessità di controllare la fabbricazione e il commercio delle armi.
Proprio in questi giorni ha compiuto 10 anni la Campagna avviata dalla rivista comboniana Nigrizia contro le cosiddette banche armate, ovvero quegli istituti di credito coinvolti nella vendita a Paesi terzi di materiale bellico da parte di aziende nazionali. Ascoltiamo in proposito don Fabio Corazzina, di Pax Christi, sempre al microfono di Fabio Colagrande:
R. – E' una campagna semplicissima che chiede la responsabilità alle persone, chiunque esse siano: dal singolo alla famiglia, alla parrocchia, al gruppo missionario. Questa campagna ha come semplice obiettivo il dire: vai nella tua banca, c’è un elenco che è dato dalla legge 185 che ti dice quali sono le banche che sostengono la produzione e la vendita di armi e digli: io non vorrei con il mio risparmio sudato e quello della mia famiglia, della mia parrocchia, sostenere questo commercio; voi condividete e continuerete a sostenere il commercio e la produzione di armi, io metterò i miei soldi da un’altra parte. E’ una cosa molto semplice. Ha messo in crisi il sistema bancario perché ha costretto le banche a dichiarare che alcuni fondi erano etici, cioè che non coinvolgevano la produzione e la vendita di armi. Il che significa che ci si rende conto perfettamente di come questa produzione-vendita abbia dentro un elemento di assoluta non eticità. Quindi: primo, questa campagna è disponibile a tutti; secondo, ha avuto la capacità e il coraggio di interlacciarsi con i grandi sistemi bancari; terzo, ci siamo resi conto che sta dando molto fastidio ai grandi sistemi industriali militari che dicono di creare lavoro sostenendo quella famosa teoria che in fondo il problema non è il prodotto ma chi lo usa e perché lo usa. Allora far passare un’arma di qualsiasi tipo sia, come un prodotto qualsiasi, come una padella e una bicicletta, credo che sia troppo. (Montaggi a cura di Maria Brigini)
Per un mondo di pace
la via del disarmo
Da Avvenire del 31 gennaio 2010
di Stefania Careddu
Pace e disarmo. Due termini che per la Chiesa sono intimamente legati
e che assumono una valenza strategica nei mesi che precedono la
Conferenza di revisione del trattato di non proliferazione delle armi
nucleari che si terrà nel maggio prossimo a New York. « La Santa Sede
avrà un impegno diplomatico nella Conferenza » ha detto Tommaso Di
Ruzza, officiale del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace
intervenendo ieri al Convegno «Per un mondo di pace: il sogno di
Isaia e l’annuncio di Cristo » , promosso a Roma dalla Commissione
episcopale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, Caritas
Italiana e Pax Christi nel quadro delle iniziative per la Giornata
mondiale della pace.
Il disarmo, infatti, è un argomento centrale della dottrina sociale
della Chiesa e che la terza enciclica di Benedetto XVI, « Caritas in
veritate » , ha riportato sotto la luce dei riflettori.
Si tratta « di
una questione etica che chiama in causa tutti gli uomini, non solo gli
Stati, secondo i propri ruoli e le proprie responsabilità » , ha detto
ancora Di Ruzza ricordando che le spese per gli armamenti nel 2008
ammontavano a quasi 1.500 miliardi di dollari (con una certa 'equità' tra Paesi ricchi e in via di sviluppo) e che nel mondo sono in
corso dai sedici ai venti conflitti di media e alta intensità. Mentre
« i trattati ratificati spingono verso lo smantellamento parziale di
questi strumenti di morte, l’unica prospettiva sta nello scegliere
l’abolizione totale delle armi nucleari e la condanna morale delle
armi atomiche come crimine contro l’umanità », ha ribadito monsignor
Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e presidente di Pax Christi Italia,
in un messaggio inviato ai partecipanti al convegno.
Dopo l’ 11 settembre 2001, « il bilancio per le spese militari degli
Stati Uniti è triplicato » , ha fatto notare da parte sua Dave
Robinson, direttore di Pax Christi Usa, che ha denunciato l’aumento
delle aziende militari private che « agiscono senza alcun controllo e
solo per il soddisfacimento delle loro esigenze di profitto ».
« Sono
passati venti anni dalla fine della guerra fredda, ma gli Stati
continuano le stesse politiche » , ha spiegato Robinson secondo cui a
fronte di « una mentalità che va alla ricerca spasmodica
dell’invincibilità » occorre « sviluppare la spiritualità della
vulnerabilità ».
« La non violenza cristiana è uno sforzo continuo,
un percorso che richiede assiduità e umiltà, non un comportamento
tattico ma un atteggiamento » , ha osservato don Maurizio Tarantino di
Caritas Puglia richiamando l’esempio di figure come l’arcivescovo di
San Salvador Oscar Arnulfo Romero, il parroco di Bozzolo don Primo
Mazzolari e il vescovo di Molfetta – e indimenticato presidente di Pax
Christi Italia – Tonino Bello, che hanno realizzato il sogno del
profeta Isaia di trasformare le spade in aratri e le lance in falci.
« Finché saremo agnelli vinceremo e, anche se circondati da numerosi
lupi, riusciremo a superarli » , ha affermato monsignor Angelo Casile,
direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale sociale e del
lavoro, sottolineando l’urgenza di una educazione alla pace.
« Nessuno pensi – ha concluso citando san Giovanni Crisostomo – che
questi comandamenti non si possono praticare: la violenza non si
arrende alla violenza ma alla mansuetudine ».