Percorsi possibili di giustizia e di inclusione
sociale
Zelarino (VE), 1 dicembre 2009. La preoccupante situazione delle carceri italiane
interpella anche le Caritas diocesane del Nord-Est e le spinge ad una
riflessione che non può non diventare anche condivisione pubblica ed appello.
Al centro vi è il primato e la inalienabile dignità di ogni persona.
In che condizioni sono oggi le carceri, quale è la
finalità della pena e in che condizioni sono le persone detenute?
Sono
a tutti note: l’assurdo sovraffollamento degli Istituti di pena, la promiscuità
dei detenuti con tendenze criminologiche ed esperienze diverse e
l’inadeguatezza delle politiche di lotta all’esclusione sociale.
Ad
aggravare la situazione si aggiunge poi la persistente carenza di personale sia
per quanto riguarda la Polizia Penitenziaria, che invano da tempo cerca
risposte in ambito istituzionale, che le altre figure professionali inerenti
l’équipe trattamentale.
E
ciò, nonostante un Ordinamento Penitenziario altamente civile, che ancor di più
fa risaltare la non corrispondenza di metodiche e strutture per l’attuazione di
un “trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con
l’ambiente esterno, al reinserimento sociale” delle persone detenute[1]. Ne viene che la funzione rieducativa, primaria finalità che la nostra
Costituzione affida agli Istituti di Pena, è per lo più svuotata.
Tale
inefficacia è dimostrata anche dall’altissima quota della recidiva (70%) per
chi sconta la pena in carcere, che si dimezza per quanti usufruiscono di misure
alternative[2].
L’applicazione di tali misure, tuttavia, è inferiore a quanto sarebbe possibile
ed auspicabile, a fronte peraltro di un costo economico delle stesse
decisamente ridotto rispetto alla sola reclusione. Basti pensare che una
persona detenuta costa circa 300,00€[3]
al giorno mentre un progetto di reinserimento sociale realizzato con persone in
misura alternativa può costare meno di 50,00€ al giorno[4].
A riprova, il bilancio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che
stanzia il 95% dei fondi alla reclusione ed il 5% alle misure alternative[5].
I più recenti dati disponibili aiutano ad intravvedere
la concreta fisionomia delle persone detenute, oltre i pregiudizi e le paure
che spesso sono ad arte fomentati.
Nel 2008, ben l’89% delle persone rilevate ha
un’istruzione pari o inferiore alla licenza media. Oltre il 30% del totale
delle persone detenute ha problemi di tossicodipendenza. I reclusi per reati
contro il patrimonio (per es. piccoli furti) e per reati contro la legge sulla
droga sono il 44,3%.
Oltre a questi dati, a rafforzare la convinzione che
il carcere oggi sia di fatto cronicario di persone con meno opportunità, vale
il dato dei detenuti di origine meridionale[6],
il 40,6% dell'intera popolazione detenuta, che sommati agli stranieri reclusi,
compongono il 77,7% del totale dei detenuti presenti nelle carceri italiane[7].
La situazione non cambia molto se si fa riferimento
agli Istituti di detenzione per minori. La presenza media giornaliera nel 2008
negli Istituti Penitenziari minorili è stata di circa 468 ragazzi, al
90% maschi. Gli italiani sono stati 257 a fronte di un totale di 386
presenze europee, provenienti da Croazia, Romania, Serbia e Montenegro.
Settanta gli africani con una buona parte di minorenni provenienti dal Marocco.
La presenza media dei minori detenuti di nazionalità straniera è quindi
rilevante, nello scorso anno ha costituito
il
45% [8].
Per quel che riguarda, invece, i minori sottoposti a procedimento penale
collocati in comunità a gestione sia pubblica sia privata, sono gli italiani a
beneficiarne maggiormente; i minori stranieri (30%), sono penalizzati dalla
loro situazione di irregolarità.
Sono inoltre circa 1.200 le persone detenute nei sei
Ospedali Psichiatrici Giudiziari italiani (Castiglione delle Stiviere, Reggio
Emilia, Montelupo Fiorentino, Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto). Hanno
in media 41 anni, sono quasi tutti uomini (1.195 uomini e 87 donne) per lo più
celibi (900 celibi e 125 coniugati), hanno un basso livello di istruzione.
Oltre l’80% di loro sono affetti da psicosi gravi, come la schizofrenia[9].
Da ultimo, le mamme detenute: secondo i dati del Dipartimento
dell'Amministrazione Penitenziaria nel 2008
le detenute madri erano 53, con 55 figli minori di tre anni reclusi con loro.
Ben 18 invece le donne detenute in stato di gravidanza. La maggior parte delle
donne recluse con i loro figli, sono persone tossicodipendenti o di origine
nomade[10].
Vien da dire: lontani dagli occhi, lontani dal cuore! Infatti
è del tutto chiaro, se si dà un volto concreto alle persone detenute oggi in
Italia, attraverso le loro caratteristiche socio-anagrafiche, che il carcere
risulta il luogo che permette una specie di grande rimozione collettiva. È
inconfutabile, infatti, che la stragrande maggioranza dei detenuti in Italia
oggi, in realtà sono persone in stato di esclusione sociale. L’amore di Cristo
ci spinge ad essi, a quelli che normalmente chiamiamo “emarginati”.
Come Caritas Diocesane del Nord Est, pertanto, di
fronte alla diffusa tendenza a considerare il carcere come luogo della
sicurezza, a perseguire politiche che mirano all’aumento delle pene e alla
criminalizzazione di fatti sub criminali (è previsto il carcere ad es. per i
graffitari) ribadiamo l'urgenza di percorrere la strada proposta dal papa
Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000: “La pena infatti non
può ridursi ad una semplice dinamica retributiva, tanto meno può configurarsi
come una ritorsione sociale o una sorta di vendetta istituzionale. La pena, la
prigione hanno senso se, mentre affermano le esigenze della giustizia e
scoraggiano il crimine, (…) offrono a
chi ha sbagliato una possibilità (…) per reinserirsi a pieno titolo nella
società.”[11]
Inoltre, anche per
gli effetti desocializzanti tipici della detenzione, è importante non considerare
la pena detentiva come unica risposta dell’ordinamento ad ogni forma di
emarginazione deviante e di reati. Perciò ci uniamo all’invito di Giovanni
Paolo II ad una profonda riflessione da cui provengano fattivi e concreti
percorsi giudiziari, alternativi alla mera restrizione carceraria: “Soltanto una serena valutazione
del funzionamento delle istituzioni penali, una sincera ricognizione dei fini
che la società ha di mira per fronteggiare la criminalità, una ponderazione
seria dei mezzi usati per questi scopi, hanno condotto, e potranno ancora
condurre, a individuare le correzioni che si rendono necessarie.”[12]
Siamo coscienti che la situazione
può essere risolta solo con un cambiamento radicale di prospettiva. In tal
senso, pensiamo sia urgente sostituire la pena detentiva, per coloro che hanno
ricevuto condanne inferiori ai tre anni, con altri percorsi obbligati ma di
carattere fortemente riabilitativo ed inclusivo; anzitutto attraverso una
convinta applicazione delle previste misure alternative e lì dove necessario,
con la creazione di apposite comunità penali-educative.
Ciò, ne siamo ben consapevoli,
nonostante l’opinione pubblica chieda il contrario. Non solo la nostra fede ci
spinge a ciò, ma siamo altrettanto convinti che la stessa pubblica opinione, se
adeguatamente informata piuttosto che fomentata per interessi di parte, ben
comprenderebbe gli indubbi vantaggi etici, sociali, rieducativi, giudiziari,
trattamentali ed economici.
Mons.
L. Bressan – Vescovo delegato CET e
le Caritas Diocesane del Triveneto
[1] vd art. 1
Ordinamento Penitenziario L. 354/75[2] vd. http://web.vita.it/news/view/95357 su dati diffusi da
Antonietta Pedrinazzi Dirigente Sindacato Direttori Penitenziari (Sidipe)[3] vd. www.ristretti.it/commenti/opinione/striscia.htm
Il costo si riferisce non solo alla struttura carceraria ma è comprensivo anche
di tutto il personale coinvolto (agenti di polizia penitenziaria, direzione,
segreteria, infermeria, equipe trattamentale, personale addetto alle attività
rieducative, scolastiche, lavorative)
[4] vd progetto
Il Lembo del Mantello attualmente attivo nella Diocesi di Vicenza[5] vd Relazione
Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia del 11/09/09[6] Si fa
riferimento a persone provenienti da:Puglia, Campania, Sicilia e Calabria
secondo i dati del DAP[7] Fonte:
Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - Ufficio per lo sviluppo e la
gestione del sistema informativo automatizzato - Settore statistico[8] Fonte:
“Flussi di utenza dei Servizi della Giustizia Minorile”, Dipartimento Giustizia
Minorile- Servizio Statistica
[9] Fonte:
Ricerca di "Anatomia degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani"
prodotta nel 2002 dall’ufficio studi e ricerche del Dipartimento
dell’amministrazione penitenziaria (Dap), e curata dallo psichiatra Vittorino
Andreoli
[10]Fonte: Rapporto Antigone 2001, su dati DAP
[11] Vd. Omelia
di Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo nelle carceri pronunciata
domenica 9 luglio 2000 presso il carcere di Regina Coeli.
[12] Vd.
Messaggio pronunciato in Vaticano da Giovanni Paolo II il 9 luglio 2000 in
occasione del Giubileo nelle carceri.