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L’Emporio Solidale è anche “Officina della parola”

L’Emporio Solidale è anche “Officina della parola”

Non solo punto di distribuzione gratuita di alimenti e vestiario per famiglie in difficoltà. Da alcuni mesi l’Emporio Solidale Caritas di Parco Città a Vicenza si sta configurando sempre più come “Officina culturale”, evolvendo anche in un luogo di integrazione attraverso, appunto, la cultura. Entrato a far parte della Rete regionale degli Empori della Solidarietà grazie a un contributo della Regione del Veneto, l’Emporio Solidale è infatti chiamato, dai bisogni delle persone che vi accedono, a svolgere sempre più un ruolo di promozione di percorsi educativo-laboratoriali e interculturali, per lo sviluppo di competenze, l’orientamento ai servizi pubblici e privati del territorio, per favorire l’incontro e la condivisione di esperienze, oltre che volti a incoraggiare forme di prossimità, percorsi di welfare generativo e forme di “presa in carico” comunitaria delle situazioni di fragilità e svantaggio locali.

È in questo contesto che è nato lo spazio “Officina della parola”, come spiega Elisa Carollo, operatrice dell’Associazione Diakonia onlus, ente gestore dei servizi di Caritas Diocesana Vicentina tra cui, appunto, vi è anche l’Emporio Solidale: “Lo scopo è stato quello di fornire un breve corso di italiano base a donne straniere che altrimenti, per via dell’accudimento dei figli o della mancanza di documenti, non avrebbero avuto la possibilità di frequentare una scuola. Vi hanno partecipato in tutto 13 donne che, dal 5 aprile al 7 giugno, ogni venerdì mattina per circa due ore, sono state seguite da sette volontarie Caritas nell’apprendimento delle prime nozioni della nostra lingua. In tutto otto incontri, che hanno avuto anche un altro scopo principale, ossia vivere l’emporio in modo diverso, per favorire l’incontro e la socialità contro l’isolamento, dettato anche dalla non conoscenza della lingua, a cui queste donne rischiavano di andare incontro”.

“Prima dell’avvio del corso – afferma Daniela Gentilin, una delle volontarie – abbiamo partecipato a quattro incontri di formazione condotti dal prof. Federico Boaria, nel corso dei quali abbiamo imparato come metterci in relazione con le future partecipanti senza sconfinare dal nostro ruolo. Io ero entrata da poco all’emporio come volontaria e mi sono lasciata subito coinvolgere da questa esperienza. Di noi sette, tre volontarie hanno iniziato il loro servizio proprio con l’officina della parola. Essere tutte donne, ci ha spiegato il formatore, ha permesso di avere uno scambio e un’interazione migliori con altre donne di cultura differente. Le corsiste erano tutte africane, provenienti da Nigeria e Ghana”.

Il corso non era strutturato come una scuola. Niente banchi, ma uno spazio, solitamente circolare, di incontro e relazione, cui hanno partecipato anche i bambini piccoli delle donne che non avevano nessuno a cui affidarli.

“Le prime sette donne partecipanti sono state segnalate dal servizio ‘Donna e famiglia’ di Caritas – sottolinea Elisa Carollo –. Poi c’è stato un passaparola, che ha permesso ad altre donne, non accompagnate da noi, di venire a conoscenza di questa opportunità di apprendimento e, quindi, di integrazione”.

“Nella pratica ci siamo divisi in due gruppi – continua Daniela Gentilin –, uno per principianti e uno per coloro che avevano un livello un po’ più evoluto di conoscenza della lingua italiana. Abbiamo adottato la tecnica dell’italiano applicato alle esperienze concrete, partendo dai nomi degli alimenti, dei vestiti o dei materiali per la pulizia della casa presenti in emporio. Abbiamo realizzato anche delle schede grafiche e privilegiato le lezioni one to one. Al termine del corso, abbiamo somministrato un questionario di gradimento, che ci potrà essere utile per calibrare eventuali edizioni future, e consegnato a tutte l’attestato di partecipazione. Per me è stata un’esperienza molto positiva, che si è svolta molto spontaneamente attraverso un percorso costruito volta per volta, a seconda delle esigenze che emergevano dalle partecipanti. Ma ciò che più conta, è che abbiamo creato una piccola ma affiatata comunità attraverso la cultura. Questo è un modo efficace di fare vera integrazione”.

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