570470507213052 What's up? Un viaggio tra le emozioni - Caritas Vicenza

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What’s up? Un viaggio tra le emozioni

What’s up? Un viaggio tra le emozioni

“What’s up?”, ossia, tradotto dall’inglese del gergo giovanile, “Come va?” Che ti succede?”. Una domanda che, nell’era dei social media, si fa sempre meno di persona (non per niente la più nota app di messaggistica si chiama “Whatsapp”). Se poi ci si mette in mezzo il Covid, che di fatto ha allontanato le persone, ecco che un confronto faccia a faccia, per chiedere semplicemente “Come stai?”, è diventato merce sempre più rara. Di conseguenza, soprattutto nel mondo giovanile, crescono le difficoltà ad esprimere le proprie emozioni e il malessere, dovuto non solo alla pervasività dei nuovi mezzi di comunicazione, ma anche alla mancanza di punti di riferimento saldi nel mondo degli adulti e ad un ampio mutamento del contesto sociale.

Da queste considerazioni è nato il progetto dal titolo, appunto, “What’s up”, proposto a due gruppi di studenti dell’ENGIM Patronato Leone XXIII e dell’ITC G. Piovene di Vicenza dalle due Commissioni di Caritas Diocesana Vicentina “Sofferenza psichica, fatica nelle relazioni e comunità cristiana” e “Giovani”.

Il progetto.

“What’s up?”, progettato nel 2019, partito ad inizio 2020 e concluso (dopo un’interruzione causa lockdown) alla fine di questo anno scolastico, ha visto la partecipazione di 13 giovani tra i 15 e i 16 anni, suddivisi tra i due istituti, che nel corso degli incontri, tenutisi in orario extrascolastico, sono stati invitati ad esprimere le loro emozioni, condividendole anche con il mondo degli adulti e utilizzando linguaggi e strumenti creativi che potessero raggiungere i coetanei. Tutto questo allo scopo di “liberare” quelle emozioni, aumentare la prossimità tra giovani e adulti, accrescere l’empatia e la capacità di accogliere e comprendere l’altro e sé e favorire esperienze di solidarietà, condivisione, cooperazione e relazione tra i giovani.

I risultati.

“Colpisce il fatto che i temi ricorrenti dei due gruppi siano stati il desiderio di esporsi emotivamente, di stare vicini affettivamente e con un obiettivo comune, potendosi dare un sostegno reciproco – commenta la coordinatrice della Commissione “Sofferenza psichica, fatica nelle relazioni e comunità cristiana”, Serena Bimbati -. E ciò significa che questa generazione social, apparentemente disposta a condividere tutto e a mostrarsi nella sua nudità, ha in realtà un estremo bisogno di intimità e di una relazione con l’altro vera e profonda. Dagli elaborati prodotti dai ragazzi, ossia un cartellone e il testo di una canzone, emerge infatti un’invocazione a vivere un’esperienza comunitaria, non solo per dar voce ad un vissuto solitario, ma per crescere insieme.  Un grazie ai partecipanti e agli insegnanti e dirigenti che hanno sostenuto il progetto”.

“Dai ragazzi abbiamo percepito un segno del giudizio (su come uno si veste, parla, ecc.) molto forte – spiega Nicola Milani, coordinatore del gruppo ‘Davide e Golia’ Brenta, che ha partecipato agli incontri assieme alla coordinatrice del gruppo di Malo Federica Filippi, all’allora referente dell’Area Giovani Alessia Miotello e allo psicologo tirocinante Matteo Pellegrini -. Questo crea disagio e malumori, amplificati dalla mancanza di luoghi e spazi per stare insieme. Al termine dell’esperienza, ci hanno detto che avrebbero voluto passare più tempo tra loro e questo è molto significativo”.

“Si sono creati legami anche tra compagni di classe che prima non avevano avuto l’occasione di costruire relazioni – afferma Federica Filippi -, tra vicini di banco che hanno scoperto di non conoscersi affatto. Un’esperienza arricchente, per loro, ma anche per noi che ci occupiamo quotidianamente di temi legati al disagio”.

“Lo stare insieme ha generato dinamiche di apertura e collaborazione – aggiunge Alessia Miotello -. Dopo un avvio segnato dalla timidezza, i ragazzi si sono buttati, con uno spirito creativo e di collaborazione. È stata evidenziata l’importanza del non sentirsi soli, di poter contare su un gruppo per avere una marcia in più”.

Soddisfazione per il progetto anche da parte del corpo docente, come spiega Carlo Signorini, professore all’ENGIM: “I ragazzi, causa Covid, hanno in pratica perso quasi due anni di relazioni fisiche. Anche noi docenti notiamo gli effetti negativi di questo isolamento. Questo progetto, pensato prima della pandemia, ha di fatto aiutato i nostri studenti a riscoprire il piacere di ritrovarsi tra di loro”.

“Ora la palla passa agli adulti – conclude Serena Bimbati – perché sappiano, all’interno della quotidianità, chiedere ai propri figli ‘What’s up, come va?’, ‘Comè stata la tua giornata?’, ‘Cosa pensi di quel fatto di cronaca?’, per far capire loro che ‘Qualsiasi cosa tu dica, io sono qui e ti ascolto’”.

La parola agli studenti.

Al termine del progetto, i partecipanti hanno comunicato le loro sensazioni attraverso un questionario. Nel sottolineare l’importanza di aver avuto un momento per approfondire le proprie emozioni, c’è chi dice “che è importante esprimere la propria opinione” e “che, al di là della vita che fa a scuola, ognuno ha sempre una parte vulnerabile”. Per alcuni la cosa più difficile è stata “cercare le parole giuste per esprimere un proprio pensiero”, per altri “mettere da parte la timidezza”. La cosa più bella? “La spensieratezza”, l’“avvicinarmi ai miei compagni”, la “possibilità di esprimere il mio punto di vista senza essere giudicata”.

Il cartellone dei ragazzi dell’ENGIM.

Il testo della canzone dei ragazzi del “Piovene”.

Questa è la mia storia.

A scuola stavo sempre da solo e avevo questa strana sensazione che tutti mi guardassero e ridessero di me.

Mi sembrava di essere solo su un palco con le luci puntate addosso, come un attore davanti ad un pubblico che non capisce la sua esibizione.

Ho sempre evitato di espormi troppo per la mia insicurezza e per evitare il giudizio degli altri.

Hanno sbagliato loro a non coinvolgermi ed io a non cercare comprensione: sono stato zitto e mi stavo distruggendo da solo.

Non avevo capito che cercare collaborazione mi avrebbe aiutato ad uscire da questa situazione.

Da quando ho capito che farsi aiutare non è un segno di debolezza, ma di coraggio, non ho più paura di farmi vedere per ciò che sono.

Grazie ad un lavoro scolastico di gruppo sono riuscito ad esprimermi con i compagni senza vergogna e ora sento di essere nel posto giusto con le persone giuste.

Spero che la mia storia possa essere un faro per tanti altri ragazzi.

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